Modelli AI

Perché i testi di ChatGPT e Claude possono essere faticosi da leggere

Uno studio individua sei abitudini linguistiche che rendono più densa la scrittura dei modelli AI

Giulia Piretti
Giulia Piretti27 ottobre 2026
Perché i testi di ChatGPT e Claude possono essere faticosi da leggere
Foto di Taka Kusui da Unsplash

Un modello AI può dare la risposta giusta e costringerci comunque a rileggerla due volte. In un'analisi di 14 modelli, i ricercatori della New York University e dell'Università del Texas ad Austin hanno trovato sei costruzioni linguistiche associate a un maggiore sforzo di lettura. È una distinzione importante: produrre molte informazioni non significa comunicarle bene.

Lo studio, pubblicato il 21 ottobre 2026 su arXiv, suggerisce una spiegazione: i modelli più avanzati vengono perfezionati anche per risolvere problemi di matematica e programmazione, dove è facile premiare una risposta corretta ma molto meno facile misurare quanto sia piacevole da leggere. Per chi usa ChatGPT o Claude per studiare, lavorare o informarsi, la chiarezza non è un dettaglio estetico: è parte dell'utilità della risposta.

I ricercatori non hanno chiesto «ti piace?»: hanno esaminato le frasi

Il gruppo ha raccolto testi prodotti dai modelli in tre situazioni: 120 conversazioni, 45 sessioni di programmazione e 980 brevi saggi. Li ha confrontati con materiali scritti da persone, tra cui sottotitoli, interventi su StackExchange e temi scolastici. Ha poi misurato caratteristiche delle frasi che precedenti studi di psicolinguistica — la disciplina che studia come comprendiamo il linguaggio — collegano alla difficoltà di lettura.

Il risultato più netto riguarda nove modelli avanzati o quasi all'avanguardia: tutti usavano più spesso dei testi umani accostamenti insoliti di parole e attribuivano azioni tipiche degli esseri viventi a cose inanimate. Per molte altre costruzioni il quadro varia in base al modello e al compito. Non è dunque un difetto identico in ogni risposta AI, né una gara in cui basta contare le parole difficili per decretare il vincitore.

Sei modi in cui una frase può farci perdere il filo

I primi due riguardano la prevedibilità e la memoria. Una combinazione rara di parole può obbligarci a fermarci per capire che cosa significhi; una grande distanza tra parole collegate ci chiede invece di ricordare l'inizio della frase mentre ne attraversiamo gli incisi. È come seguire una ricetta in cui il verbo «aggiungi» compare molto dopo l'ingrediente a cui si riferisce.

Ci sono poi le frasi relative con un collegamento omesso, le catene di nomi e i nomi trasformati in verbi. In inglese, lingua esaminata dallo studio, togliere un «that», impilare più sostantivi o usare «calendar» come verbo può accorciare il testo, lasciando però al lettore il lavoro di ricostruirne i rapporti. Il sesto fenomeno è la personificazione di oggetti e concetti: una conversazione che «mangia» tempo può essere un'immagine efficace, ma un uso continuo di metafore poco naturali aggiunge attrito.

Breve non vuol dire semplice

Una frase può risparmiare parole e richiedere più lavoro a chi legge. Il risparmio lo fa chi scrive; il costo, talvolta, lo paga chi deve interpretare i collegamenti mancanti.

I modelli più potenti non scrivono sempre meglio

Nel campione, i modelli più piccoli delle famiglie Llama e Olmo erano più vicini alla scrittura umana su alcune misure. All'interno della famiglia Olmo, le costruzioni considerate impegnative diventavano più frequenti passando dal modello di base a quello perfezionato per seguire istruzioni, fino alla versione orientata al ragionamento. Non significa che un modello piccolo sia sempre più chiaro: indica che migliorare altre capacità può cambiare anche lo stile.

Per verificare se la pressione a comprimere le risposte possa incidere sulla grammatica, i ricercatori hanno addestrato separatamente un modello con una penalità per i testi più lunghi. Il modello ha imparato a preferire formulazioni brevi anche in alcuni casi non incontrati durante l'addestramento. È una prova del possibile meccanismo, non la dimostrazione che l'addestramento su codice e matematica abbia causato lo stile di tutti i modelli commerciali analizzati.

La buona notizia è che non sembra una condanna inevitabile. Nello studio, Claude Opus 5.5 presenta valori inferiori al precedente Opus 5 in 19 confronti su 21 relativi alle caratteristiche esaminate. Gli autori non hanno però misurato direttamente i tempi di lettura o la comprensione delle persone: sappiamo che certe costruzioni sono più presenti, non di quanti secondi rallentino ogni lettore.

Per chi legge in italiano, la risposta migliore è chiedere più chiarezza

Lo studio riguarda solo testi in inglese: non possiamo trasferire automaticamente i suoi risultati all'italiano. Il problema pratico, però, ci riguarda già quando affidiamo a un assistente AI una spiegazione o una bozza destinata ad altre persone. Anche la Commissione europea, nelle sue indicazioni sulla scrittura chiara, raccomanda di pensare al pubblico, spiegare i termini tecnici e rivedere la struttura dei testi.

Per una risposta da usare davvero, «più breve» è spesso un'istruzione meno utile di «più comprensibile». Conviene dire al modello chi leggerà il testo e chiedergli di rendere espliciti i passaggi logici, senza sacrificare i dettagli necessari. Poi serve comunque una revisione umana: una frase scorrevole può contenere un errore, mentre una frase difficile può essere corretta. Questa ricerca ci aiuta a distinguere i due problemi, non a confonderli.

Quattro richieste utili quando una risposta AI è troppo densa

  • «Riscrivila per una persona senza conoscenze tecniche, mantenendo tutti i fatti importanti.»
  • «Dividi le frasi lunghe e rendi esplicito a cosa si riferiscono pronomi e incisi.»
  • «Sostituisci le metafore poco chiare con esempi concreti.»
  • «Segnala quali affermazioni richiedono una verifica delle fonti.»

Un assistente che sa risolvere un problema complesso ha fatto solo metà del lavoro, se lascia a noi il compito di decifrare la soluzione.

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