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Science Corporation prova il chip PRIMA su un paziente con malattia di Stargardt

Il primo impianto apre una sperimentazione su una causa ereditaria di perdita della vista centrale.

Giulia Piretti
Giulia Piretti
14 ottobre 2026·6 minuti di lettura
Science Corporation prova il chip PRIMA su un paziente con malattia di Stargardt
Foto di Vitaly Gariev da Unsplash

Per chi perde la vista al centro del campo visivo, riuscire a leggere anche una sola parola può essere un passo importante. Science Corporation riferisce che il primo paziente con malattia di Stargardt a ricevere il suo impianto retinico PRIMA ha riconosciuto una lettera nella prima sessione di riabilitazione e letto una parola nella seconda. È un risultato iniziale, non la prova che il dispositivo restituisca stabilmente la vista a chi ha questa malattia: la notizia è stata annunciata il 13 ottobre 2026, ma l'intervento era avvenuto a maggio, al Sydney Eye Hospital in Australia, come riporta TechCrunch.

La distinzione conta anche per noi in Europa. PRIMA ha già un marchio CE per una diversa causa di perdita della vista centrale, legata all'età; il suo impiego nella malattia di Stargardt resta invece sperimentale. Capire che cosa fa il chip — e che cosa non può ancora fare — aiuta a leggere questa notizia senza confondere un primo segnale incoraggiante con una cura disponibile.

Perché la malattia di Stargardt rende difficile leggere

La malattia di Stargardt è una patologia ereditaria della retina, il tessuto in fondo all'occhio che riceve la luce. Colpisce soprattutto la macula, la piccola regione necessaria per vedere con precisione ciò che abbiamo davanti: lettere, dettagli e volti. È un po' come avere un'immagine ancora visibile ai bordi, ma danneggiata proprio nel punto in cui si cerca di mettere a fuoco. La perdita della visione centrale può iniziare nell'infanzia oppure manifestarsi più tardi, secondo il National Eye Institute statunitense.

La causa è di solito una variazione del gene ABCA4, che contribuisce al corretto funzionamento delle cellule della retina. Quando questo processo si altera, possono accumularsi sostanze dannose e morire progressivamente i fotorecettori, cioè le cellule che trasformano la luce in segnali nervosi. Il National Eye Institute stima che la malattia interessi circa una persona su 10.000 negli Stati Uniti; è una stima riferita a quel Paese, non un conteggio dei pazienti italiani.

Visione centrale e visione periferica non sono la stessa cosa

La visione centrale serve soprattutto a distinguere i dettagli davanti a sé; quella periferica aiuta a percepire ciò che sta intorno. Nella malattia di Stargardt la prima è generalmente la più colpita, anche se in alcune persone può ridursi pure la visione laterale, secondo il National Eye Institute.

Oggi gli ausili per l'ipovisione e la riabilitazione aiutano a utilizzare la vista residua, ma non eliminano la causa della malattia. È qui che l'approccio di PRIMA si differenzia da una terapia genetica: non corregge ABCA4 e non ricrea i fotorecettori perduti. Cerca piuttosto di fornire alla retina rimasta funzionante un nuovo modo di ricevere informazioni visive.

Come funziona PRIMA: una piccola finestra elettronica nella retina

Il sistema combina un chip collocato chirurgicamente sotto la retina con occhiali dotati di telecamera, proiettore e un elaboratore portatile. La telecamera riprende ciò che si trova davanti alla persona; l'elaboratore prepara l'immagine e il proiettore la invia al chip tramite luce nel vicino infrarosso, invisibile all'occhio umano. Il chip è fotovoltaico: usa quella luce per produrre impulsi elettrici, che stimolano le cellule retiniche ancora presenti. Queste trasmettono poi i segnali al cervello attraverso il nervo ottico, come spiega l'Università di Sydney.

Un impianto nell'occhio può essere un'interfaccia neurale?

Sì, in senso ampio. Un'interfaccia cervello-computer — dall'inglese Brain-Computer Interface (BCI) — mette in comunicazione un dispositivo elettronico con il sistema nervoso. PRIMA non viene impiantato nel cervello: stimola cellule della retina, che trasmettono informazioni al cervello lungo una via nervosa già esistente.

Per immaginare l'effetto, è più utile pensare a una piccola finestra elettronica che a un occhio nuovo. Il chip attuale misura circa due millimetri per lato e genera immagini semplificate, composte da poche centinaia di punti, o pixel. La persona deve inoltre indossare gli occhiali del sistema e imparare a interpretare la percezione ottenuta: la riabilitazione fa parte dell'esperienza, non è un dettaglio successivo all'operazione.

Secondo quanto riferito da Max Hodak, amministratore delegato di Science Corporation, l'immagine prodotta oggi occupa una porzione limitata del campo visivo, è in bianco e nero e privilegia i contrasti. Questo aiuta a capire perché leggere alcune lettere sia un traguardo interessante, ma non equivalga a vedere una scena intera con la naturalezza, i colori e l'ampiezza della vista ordinaria. Allargare il campo visivo richiederà ulteriori sviluppi del dispositivo.

I risultati già pubblicati riguardano un'altra malattia

PRIMA non parte da zero, ma i dati più solidi finora pubblicati non provengono da persone con Stargardt. Uno studio apparso sul New England Journal of Medicine ha seguito pazienti con atrofia geografica dovuta a degenerazione maculare legata all'età, una condizione che danneggia anch'essa la visione centrale. Dei 38 partecipanti impiantati, 32 sono stati valutati a dodici mesi: 26 di questi, pari all'81%, hanno raggiunto la soglia di miglioramento dell'acuità visiva definita dallo studio. Acuità visiva significa capacità di distinguere dettagli, per esempio le lettere di una tabella usata durante la visita oculistica.

Il dato va letto insieme a quello sulla sicurezza. Nello stesso studio sono stati registrati 26 eventi avversi gravi in 19 partecipanti; molti si sono verificati nelle settimane successive all'operazione. Sono informazioni essenziali quando si valuta un impianto chirurgico: un possibile beneficio visivo non cancella i rischi dell'intervento. Inoltre, ottenere risultati in una malattia non dimostra automaticamente che siano replicabili in un'altra, anche quando entrambe danneggiano i fotorecettori.

Il 5 ottobre 2026 Science Corporation ha comunicato dati di follow-up a tre anni dello stesso programma: a quel punto erano valutabili 18 persone per l'efficacia e 27 per la sicurezza. L'azienda riferisce un miglioramento medio di 29 lettere fra i 18 valutati per la vista. Sono dati presentati dall'azienda a un congresso, da distinguere dai risultati a dodici mesi pubblicati nella rivista scientifica; riguardano ancora l'atrofia geografica, non Stargardt.

Che cosa deve dimostrare la sperimentazione australiana

Lo studio australiano si chiama PRIMAlia. È la prima sperimentazione di questo sistema dedicata a malattie ereditarie della retina e, secondo l'Università di Sydney, esaminerà sicurezza ed efficacia nell'arco di tre anni. Include persone con perdita visiva legata a condizioni come Stargardt e retinite pigmentosa: non bisogna quindi interpretare il caso annunciato come il risultato conclusivo dello studio.

La capacità del primo paziente di leggere una parola durante la riabilitazione è un'osservazione individuale riferita dall'azienda. Per stabilire quanto PRIMA possa aiutare le persone con Stargardt serviranno valutazioni sistematiche: quante persone migliorano, di quanto, per quanto tempo e con quali effetti indesiderati. Servirà anche capire quali caratteristiche della retina rendano un paziente adatto all'impianto. Sono domande a cui un singolo caso, per quanto promettente, non può rispondere.

Il marchio CE non riguarda la malattia di Stargardt

Science Corporation ha annunciato nel luglio 2026 il marchio CE di PRIMA per la grave perdita della visione centrale causata da atrofia geografica associata a degenerazione maculare legata all'età. L'annuncio non estende l'indicazione alla malattia di Stargardt: per quest'ultima l'uso descritto qui avviene in una sperimentazione clinica in Australia.

Che cosa cambia per chi legge in Italia

In Europa la marcatura CE consente la commercializzazione di PRIMA per l'indicazione già autorizzata, ma non significa che l'impianto sia immediatamente disponibile in ogni ospedale o rimborsato in ogni Paese. Nel suo annuncio di luglio, Science Corporation indicava come ancora in corso l'attivazione dei centri clinici e le richieste di rimborso nei singoli Paesi, prevedendo i primi impianti commerciali in Germania. Non c'è, in quell'annuncio, una data di accesso per i pazienti italiani.

Per chi vive con la malattia di Stargardt, la notizia non modifica dunque le possibilità di trattamento oggi accertate. Segnala piuttosto l'inizio di una verifica importante: capire se una tecnologia già studiata per un'altra forma di perdita della vista possa offrire una visione centrale utile anche in una malattia ereditaria. Per ora il confine è netto: una parola letta è un motivo per continuare la ricerca, non una promessa di guarigione.

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